Ho dovuto lasciarti andare.

Ok. E’ vero, ho preso un periodo di pausa. Non ho postato e non perché è di moda essere “unposted”! In realtà ho continuato a (tentare) di scrivere,  Questo perché scrivere (appunto) mi aiuta a  tirare fuori le emozioni, mi aiuta a fermarle lì, nero su bianco, un po’ come un tatuaggio sulla pelle, forse per non dimenticare mai ciò che in realtà non potrò dimenticare.

Vorrei quindi condividere con voi quelle sensazioni, poiché a volte crediamo di essere soli a provare certe emozioni ed invece la condivisione ci fa comprendere come siamo legati da simili esperienze e questo ci aiuta a superare momenti difficili. Condividere sarà quindi la mia (anzi spero la nostra) parola d’ordine per questo anno 2020!

With love

by Susy

 

Ho dovuto lasciarti andare

 

Era solo un sogno.

Per fortuna era solo un sogno. Spesso mi sono ritrovata al mattino dopo un incubo, madida di sudore a poter dire: era solo un sogno.

Non quel giorno però. Speravo di potermi svegliare all’improvviso e pensare: grazie a Dio non è reale! Perché a volte i sogni sembrano talmente veri che riesci quasi a percepire la condizione di quel momento, a avvertirne le sensazioni. Dicevo: adesso apro gli occhi e tutto torna alla normalità. Ma non quel giorno.

Quel giorno invece non era un incubo, non era il frutto delle mie paure o delle mie angosce che inconsciamente si ripercuoto sul nostro stato d’animo (come direbbe l’analista). No, quel giorno era reale.

Poco prima che mio padre venisse portato d’urgenza nel reparto di rianimazione (nell’ospedale nel quale era ricoverato da circa una settimana) per essere posto in coma farmacologico la dottoressa, primario del reparto di medicina d’urgenza, mi dice: “c’è la possibilità che possa non farcela, che possa non risvegliarsi.” Rispondo in lacrime “vorrei poter salutare mio padre, abbracciarlo, perché potrebbe essere l’ultima volta.” “Dobbiamo fare in fretta.” Mi risponde. “Vada subito, ha pochi minuti a disposizione. Dobbiamo procedere velocemente.”

Mi fanno indossare una mascherina, un camice verde e dei copri scarpe mentre penso a  tutto ciò che gli avrei voluto dire, a ciò che non gli ho mai detto. Entro in reparto e mi portano velocemente da lui. Lo vedo li, tenuto in vita da delle macchine che emettevano dei bip. in sequenze alternate, interrotte. Respirava attraverso una maschera che erogava ossigeno. Era perfettamente cosciente, vigile e soprattutto consapevole. Mi avvicino e d’impulso dico: : “papà ti amo, ti voglio tanto bene!” Non ricordo di averglielo mai detto ma soltanto dimostrato.  Poi mi chino verso di lui e lo bacio sulla guancia, gli sussurro all’orecchio: “ricordati che io sono qui vicino a te, non ti lascio neanche per un attimo, al tuo risveglio mi troverai accanto a te. Non mollare mai papà, promettimelo.” Lui annuiva ripetutamente come dire, te lo prometto.  Quell’ossigeno che sentiva indispensabile non gli consentiva di rispondermi ma a malapena di respirare. Bisognava subito intervenire, con urgenza e quindi mi trascinarono fuori.  Non potrò dimenticare i suoi occhi, il suo sguardo impaurito ma al tempo stesso uno sguardo che tentava di rassicurarmi nel dirmi di non piangere, di non preoccuparmi. Di non lasciarlo.

Non ti ho lasciato papà. Ti ho tenuto la mano e ti ho accarezzato la fronte. Ti ho parlato, anche se i medici mi dicevano che non avresti potuto sentirmi.  Dieci giorni dopo, nello stesso reparto, nello stesso letto, attaccato alle stesse macchine e agli stessi bip ma al suono più acuto e prolungato di un segnale,  mentre stringevo la tua mano sempre più fredda, il medico entra nella stanza: “devo darle le mie condoglianze mi dispiace molto.” Ho detto  “non lasciarmi papà!” E poi, ho dovuto lasciarti andare.

Quel giorno ho sperato con tutta me stessa, che fosse solo un brutto sogno.

 

 

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Vivere bene con se stessi vuol dire creare il giusto equilibrio tra corpo e mente e lasciarsi ispirare dall'armonia, bellezza ed eleganza che ci circonda.

6 risposte a "Ho dovuto lasciarti andare."

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